Due parole con Nicola Barnaba, il regista della webserie “Safrom”, dal 13 ottobre su Cubik TV

La Redazione di Cubik TV ha avuto l’onore e il piacere di incontrare Nicola Barnaba, affermato regista e creatore della Web Series thriller horror “Safrom”, disponibile sul Canale Series da venerdì 13 ottobre.
Con molta gentilezza e professionalità si è sottoposto ad alcune domande per cercare di soddisfare le curiosità, nostre e degli utenti, sulla natura di questo bel progetto e illustrare le fasi salienti della sua brillante carriera cinematografica.

 

Buongiorno Nicola. Safrom è uscito inizialmente come lungometraggio nel 2015 e ora è riproposto nel web in formato seriale. Se non sbaglio già in fase di scrittura e realizzazione era stato concepito sia come film che come Web Series. Me lo confermi?

Sì, in effetti è un progetto che ha cambiato forma più volte. Ho cominciato a scriverlo come film, ma andando avanti mi sono reso conto che la struttura si adattava molto bene a prodotto seriale. Quindi ho strutturato le puntate e ho cominciato a portare in giro il progetto che, per una serie di coincidenze è finito un giorno negli uffici della Azteca Produzioni Cinematografìche. Al produttore, Giuseppe Milazzo Andreani, è piaciuto e ha deciso di provare a produrlo. Il budget era ovviamente basso e abbiamo dovuto trovare una serie di soluzioni per cercare di risparmiare in modo che i soldi bastassero per completarlo. Devo dire che mi ha dato molta fiducia, ha accettato e mi ha aiutato a mettere in pratica tutte le soluzioni che avevo proposto, a cominciare da quella di dimenticare la struttura seriale e di girare come se fosse un film, unendo una serie di riprese in modo da stringere i tempi al massimo. Ovviamente durante la lavorazione sono stato attento ad avere il materiale necessario per tutte e due le opzioni. In sala montaggio abbiamo cominciato a lavorare al film e, visto che il risultato ci piaceva (pur con tutti i limiti di una piccola produzione) abbiamo puntato direttamente al lungometraggio abbandonando ogni altra idea.

 

Cosa comporta la scrittura per il web e quanta “fatica” nello specifico è stata fatta in seguito nel ritornare all’idea della serie?

La scrittura per il web e senz’altro più “veloce”. Viste anche le piccole dimensioni dello schermo, determinate atmosfere e tempi narrativi tipici del cinema rischiano di diventare noiosi per il pubblico del web. Per il resto non credo ci siano problemi di tematiche, qualunque soggetto può essere fatto sia per il web che per il cinema, bisogna solo stare attenti al ritmo della narrazione.
La parte che ha subito più modifiche nell’adattamento a web serie è la parte iniziale, che aveva ovviamente dei tempi di presentazione dei personaggi più dilatati, quindi in particolare le prime due puntate sono sostanzialmente più corte rispetto al loro corrispondente del film. Ovviamente mancano sopratutto pause e qualche discorso tra i due protagonisti non fondamentale ai fini del plot. Nelle altre puntate sono stati sveltiti solo dei passaggi di tempo.

 

Che accoglienza ha avuto il film nelle sale? Sappiamo che ha conquistato riconoscimenti dai Festival in cui è stato presentato…

Safrom come film, ha vinto il Torino Comic Horror Film Festival nel 2016, e adesso nella versione web serie è finalista al Roma Web Fest 2017.
Purtroppo questo genere di film, a meno che non arrivi dagli Stati Uniti, non ha una vera e propria distribuzione in questo paese. Negli anni settanta se ne facevano tanti ed erano tutti in sala, anche i meno validi. Oggi i film di genere, a meno come dicevo di non essere superproduzioni estere, non hanno una grande diffusione e fanno più che altro un percorso festivaliero, riscontrando pareri più che altro positivi, ma anche qualche critica.

 

Ci potresti raccontare qualcosa sulla fase di realizzazione?

Nonostante il basso budget e quindi i ristretti tempi di realizzazione (il film è stato girato in 10 giorni) la lavorazione è andata abbastanza liscia anche se naturalmente il film presenta dei limiti che per fortuna non inficiano più di tanto il risultato finale.
Molti amici hanno collaborato in vari ruoli. Approfitto per ringraziarli del loro impegno, cominciando dai due protagonisti, Valerio Morigi e Camilla Diana, che hanno creduto subito nel progetto e si sono messi a disposizione. Poi Giovanni Maria Buzzatti e Mimmi Mancini e anche il regista Edoardo Margheriti, che interpreta il colonnello, e il regista Luigi Parisi che interpreta uno degli zombi. I soldati erano interpretati da un gruppo di ragazzi appassionati di soft air reclutati da David Micci, un caro amico e collaboratore. Le strade su cui vediamo svolgersi il viaggio in macchina sono in realtà due tratti di strada molto lontani tra loro non più lunghi di 800 metri, per cui i nostri attori andavano avanti e indietro sullo stesso pezzo di strada che mi sforzavo di rendere diverso ogni volta tramite l’uso della luce e delle posizioni di macchina. Gli interni della vettura invece, tutti i dialoghi dei protagonisti durante il viaggio, sono stati girati in studio utilizzando la vecchia tecnica della rear-projection, ossia abbiamo prima girato gli sfondi e poi li abbiamo proiettati su uno schermo posto al lato opposto della vettura rispetto alla macchina da presa. Una tecnica vecchia ma molto efficace e verosimile che ci ha permesso di risparmiare parecchio sulla post-produzione.

 

La regia ha il merito di rendere claustrofobici anche gli spazi aperti in cui è stato girato. Ci racconti qualcosa riguardo il tentativo (riuscito) di mantenere questo clima in scenari così ampi?

L’idea di partenza di Safrom era quella di fare un horror che demolisse tutti i cliché dei film horror.
È una cosa fatta molto in sordina, quindi non tutti ci fanno caso, ma ci sono tutte le situazioni classiche dei film horror che vengono rivisitate al contrario. La prima era la location: i film horror di solito tendono, per essere claustrofobici, a svolgersi al buio o in spazi chiusi, a volte entrambe le situazioni. Io ho deciso invece di fare un horror all’aperto e in piena luce, cercando però di mantenere la suspense e creare uno stato di claustrofobia tramite un bosco con una strada che sembra essere senza uscita e comunque sembra non portare mai dove si vorrebbe andare. Ma di cliché demoliti ce ne sono tanti: lo spavento che ti aspetteresti ma non c’è, il telefono che non prende ma invece ogni tanto prende, la macchina che non parte ma solo perché c’è un antifurto particolare. Diciamo che da questo punto di vista mi sono molto divertito a giocare col genere, e la critica sembra averlo apprezzato.

 

L’horror a quanto so è una delle tue passioni. Eppure nel tuo curriculum spiccano le commedie…

E qui torniamo al discorso precedente: il genere horror in Italia ha molta difficoltà a venire prodotto e poi distribuito, ed è solo grazie a produttori come Giuseppe Milazzo Andreani che qualche progetto riesce a vedere la luce.
Io ho cominciato con l’horror, il mio primo cortometraggio autoprodotto, “La Nonna” era ispirato a un racconto di Stephen King, e vinse molti premi, spingendomi a continuare. Poi girai “100 anni”, sempre di base horror ma più ironico, anche questo premiato in vari festival. Poi il corto a cui sono più affezionato: “The Building”, girato nel 1997 con un giovanissimo Claudio Santamaria, che mi permise di vincere, tra i vari premi, anche il premio speciale della giuria del Festival del Fantastico di Bruxelles.
Poi man mano che vai avanti e i progetti si fanno più grossi, le cose si fanno più difficili e tra un progetto e l’altro possono passare anche molti anni. Per non restare troppo tempo fermo (per un regista una cosa terribile) si mettono in piedi diversi progetti contemporaneamente sperando che uno prima o poi vada in porto.
Poi ovviamente capitano anche delle occasioni non previste che ti portano su altre strade che non pensavi di percorrere. La prima commedia che ho fatto, il mio primo lungometraggio, “Una cella in due” non era un progetto mio. Un giorno mentre scrivevo una sceneggiatura su un episodio realmente accaduto durante la seconda guerra mondiale, mi hanno chiamato per affidarmi la regia di un film già in preparazione perché il regista aveva abbandonato il progetto una settimana prima dell’inizio delle riprese. Ho raccolto la sfida, mi sono dato da fare ma, nonostante mi sia divertito e da professionista ce l’abbia messa tutta, era un progetto già impostato sul quale ho avuto pochissimo controllo. Però ho scoperto un altro genere che pensavo non fosse nelle mie corde e che invece mi ha divertito e coinvolto.
Ho deciso di continuare e qualche anno dopo, grazie a Giulio Base che mi ha proposto una sua sceneggiatura, mi sono ritrovato a lavorare su “Ciao Brother”, un film che invece ho progettato nei minimi particolari e che mi sta dando ottime soddisfazioni, grazie anche ai due bravissimi attori protagonisti: il duo comico “Pablo e Pedro”.
Mi sono divertito molto a girare le mie due commedie, soprattutto “Ciao Brother”, ma la mia passione principale rimane il fantastico.

La Redazione di Cubik TV ringrazia Nicola Barnaba per la gentilezza e disponibilità.

Ph. Massimiliano Cilli

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